Vai ai contenuti

Interesse Operatore UAS

🗺️ Come utilizzare la mappa dei decolli

🔍 Cerca una zona

Usa la lente d'ingrandimento per trovare rapidamente un indirizzo o una località specifica.

📍 Aggiungi un punto

Fai clic sulla mappa nel punto esatto del decollo e compila il modulo che apparirà in alto.

💾 Salva e condividi

Clicca su "Salva" per rendere il punto visibile a tutti i piloti della community.

📍 Punti di Decollo AirRC Napoli

Cerca una località, oppure clicca direttamente sulla mappa per aggiungere un punto.

Aggiungi nuovo punto qui

LA TORRE LAGO

Abitata dagli Osci nel V – IV secolo a.C., conobbe un notevole sviluppo sotto i Romani che qui fondarono la città di Liternum nel 194 a.C. con il trasferimento di 300 famiglie di coloni. Il più illustre dei cittadini della piccola colonia fu Scipione l'Africano che, in contrasto con il Senato di Roma e soprattutto con Catone (Carthago delenda est), scelse di ritirarvisi a vita. La ratio della decisione fu data dall'accusa di corruzione e appropriazione rivolta alla Gens degli Scipioni da parte dell'ala più intransigente del Senato Romano, che mal vedeva la mite pace conclusa dopo la vittoria di Zama.

Le notizie antiquarie e le fonti storiche (Seneca) segnalano nel territorio di Liternum la collocazione della villa e della tomba dell'illustre condottiero, che non sono state ancora rintracciate. Ancora le fonti antiquarie segnalano il presunto epitaffio inciso sulla tomba dell'Africano ("ingrata Patria mai avrai le mie ossa") si suppone che da questa frase derivi il nome stesso della località.

Nel II secolo a.C. Liternum raggiunse un certo grado di prosperità che la inserì nel circuito commerciale della ridente zona flegrea (Cuma e Baia soprattutto). Nel I secolo a.C. lo scrittore romano Valerio Massimo la definiva un luogo ignobilis, ma le evidenze archeologiche smentiscono il giudizio sicuramente eccessivo dello storico d'età augustea che era piuttosto un'iperbole letteraria. Cicerone indicava l'agro liternino come una delle zone agricole più fertili.

Liternum, come tutti i Municipia romani, possedeva un Foro con Capitolium (di cui rimane solo il podio e una colonna in situ), una basilica e il teatro, parzialmente scavato in anni recenti. Era presente anche un anfiteatro dove avvenivano giochi gladiatori. Nel 455 d.C. i Vandali di Genserico saccheggiarono la città. Dopo il IV secolo, a seguito di alluvioni e alcune invasioni barbariche la popolazione superstite migrò verso l'attuale centro storico di Giugliano.

Nel XVI secolo ci fu, in tutto l'agro giuglianese, la nascita di un sistema di masserie, si formarono alcuni grossi agglomerati rurali per la coltivazione dei terreni, che rappresentarono dei centri di aggregazione sociale.

Negli anni trenta del XX secolo, in epoca fascista, la zona subì il processo di bonifica con lo scopo di recuperarla allo sfruttamento agricolo. Tra gli anni novanta e i primi anni duemila, però, l'estensione della moderna Lago Patria ha portato a una serie incontrollata di abusi edilizi le cui costruzioni hanno distrutto la maggior parte, se non la totalità, dell'antico tessuto urbano. La Soprintendenza Archeologica di Napoli ha tentato di arginare il fenomeno e di restituire alla pubblica fruizione i beni storici del passato, ma con scarsi risultati.
Tomba di Scipione l'Africano

Liternum era una città romana della Campania antica, sita presso l'attuale Lago Patria, frazione del comune di Giugliano in Campania (NA). La città si trovava sulla sponda sud del Lago di Patria (in latino Literna Palus) presso la foce del fiume Clanio (Clanis) e la Silva Gallinaria.

Nel 194 a.C. vi fu dedotta una colonia romana, verosimilmente di veterani della seconda guerra punica appartenenti all'esercito di Scipione l'Africano, che qui si rifugiò esule nel 187 a.C. e vi morì nel 183 a.C. Già gli antichi erano in dubbio se Scipione fosse stato sepolto a Liternum oppure nella tomba di famiglia a Roma, poiché in entrambe si trovava un suo monumento funebre con statua. Quella di Liternum avrebbe recato l'epitaffio: "Ingrata patria, ne ossa quidem mea habes". Successivamente, secondo la tradizione, fra le rovine della città si trovò un frammento della suddetta epigrafe, in cui si leggeva solo "... ta Patria ne..." e perciò tutto il luogo prese il nome di Patria, e parimenti il lago fu detto di Patria. Quasi un secolo dopo Livio, la villa e la tomba di Scipione furono descritte da Seneca durante il suo soggiorno a Liternum.

La città ebbe notevole sviluppo in età augustea, ma soprattutto tra la fine del I ed il II secolo d.C., grazie alla realizzazione della via Domiziana che, partendo da Sinuessa (nel territorio dell'odierna Mondragone), la collegava con i centri della costa campana e in particolare con il porto di Puteoli, l'odierna Pozzuoli, dove la strada terminava. Fonti di reddito erano la pesca e, probabilmente, l’utilizzo della sabbia del suo litorale, particolarmente fine e bianca, per la produzione del vetro. C’erano, inoltre, botteghe, laboratori artigianali, profumieri e diverse produzioni ceramiche.
In epoca cristiana la città fu anche sede vescovile dell’ecclesia Liternina o Patriensis, fino a quando si effettuò la traslazione, da Liternum a Napoli delle reliquie di Santa Fortunata. A partire dalla tarda età imperiale subì un progressivo abbandono. Dopo il IV secolo, a seguito di alluvioni e invasioni barbariche, la popolazione superstite migrò verso il centro storico dell'attuale Giugliano. Nel Medioevo la pianura intorno a Liternum divenne luogo di insediamento da parte dei monaci benedettini.

Verso la fine dell’Ottocento vennero rinvenute alcune lapidi. Nel 1930 il soprintendente Amedeo Maiuri affidò all’ispettore onorario Giacomo Chianese gli scavi per tentare di trovare la villa e la tomba di Scipione. Nel 1932 sono stati portati alla luce alcuni resti dell'antica città relativi al Foro, il Capitolium, la Basilica e il Teatro. Nel periodo degli scavi fu realizzata un'ara votiva a Scipione l'Africano, collocata nel parco il 15 settembre 1936. Al di fuori delle mura cittadine sono stati individuati residui dell'anfiteatro (di dimensioni calcolabili in m. 85/90 x 65/70) e la necropoli con la maggior parte delle sepolture di epoca imperiale.

Una parte dei reperti rinvenuti durante gli scavi sono conservati presso una sala dedicata nel Museo archeologico dei Campi Flegrei.
Castello Aragonese - Baia

Il Castello Aragonese sorge a Baia, frazione di Bacoli, ed è situato in un'area di notevole importanza strategica, fu eretto su un promontorio (51 m s.l.m.) naturalmente difeso a est da un alto dirupo tufaceo a picco sul mare, e a ovest dalla profonda depressione data dalle caldere di due vulcani chiamati "Fondi di Baia" (facenti parte dei Campi Flegrei); con l'aggiunta di mura, fossati e ponti levatoi, il castello risultava praticamente inespugnabile. La sua posizione - dalla quale si dominava tutto il Golfo di Pozzuoli fino a Procida, Ischia e Cuma - consentiva un controllo molto ampio della zona, impedendo tanto l'avvicinamento di flotte nemiche, quanto eventuali sbarchi di truppe che avessero voluto marciare su Napoli con un'azione di sorpresa alle spalle.

In epoca romana la collina era occupata da un complesso residenziale, forse la "villa di Cesare" (Tacito afferma che la villa di Cesare si trovava su di un'altura dominante il golfo di Baia), i cui resti furono distrutti e talora inglobati nell'attuale fortezza. Strutture superstiti della villa sono visibili intorno ad essa lungo la costa e a terra presso il campo sportivo, mentre altre sono state individuate recentemente e messe in luce nel corso dei lavori di restauro delle parti più alte del castello (torre Cavaliere) e più in basso lungo le sue scarpate a mare, a seguito del loro diserbo.

La costruzione del castello fu avviata dagli Aragonesi - insieme a numerose altre fortificazioni nel Regno di Napoli - nel 1495, poco prima dell'invasione dei francesi di re Carlo VIII. Per la progettazione del sistema difensivo e delle singole fortezze, il re Alfonso II d'Aragona si servì della consulenza di Francesco di Giorgio Martini, architetto senese, rinomato per le nuove tecniche e le soluzioni da lui applicate a difese militari. Non restano oggi tracce dell'originaria architettura del castello.

Dopo l'eruzione del Monte Nuovo, nel generale programma di difesa delle coste dalle incursioni saracene e turche, il viceré spagnolo Pedro Álvarez de Toledo avviò una radicale ristrutturazione e ampliamento del castello (1538-1550), in seguito alle quali esso assunse il suo aspetto attuale, a forma di stella.
L'edificio mantenne la sua funzione di fortezza militare nel periodo del vicereame spagnolo (1503-1707), del dominio austriaco (1707-1734), e infine del regno borbonico (1734-1860).
Gravemente danneggiato nella guerra che contrappose gli austriaci ai Borbone (1734), fu restaurato e ulteriormente fortificato dal re Carlo III di Borbone.
Durante la Repubblica Partenopea (1799) una flotta inglese tentò, ma inutilmente, di strapparlo ai francesi e ai repubblicani napoletani che lo presidiavano.

Dopo l'unità d'Italia (1861), per il castello subentrò un periodo di lenta decadenza e d'inesorabile abbandono. Considerato, infatti, non più utile a scopi militari, il castello passò nel 1887 sotto l'amministrazione di vari ministeri: prima quello della Marina, poi degli Interni, e infine della Difesa.
Nel 1927 lo Stato ne dispose la concessione - con diritto di godimento perpetuo - al Reale orfanotrofio militare. Per questa nuova destinazione d'uso negli anni 1927-1930 vi furono eseguiti numerosi lavori di ristrutturazione che inevitabilmente comportarono aggiunte e alterazioni.
Durante la seconda guerra mondiale il castello fu utilizzato come carcere militare e come soggiorno per prigionieri di guerra.

L'orfanotrofio militare rimase fino al 1975, anno in cui l'ente fu sciolto. Passato quindi alla Regione Campania, in occasione del terremoto dell'Irpinia del 1980 il castello fu occupato parzialmente per alcuni anni da famiglie terremotate.
Nel 1984 è stato definitivamente consegnato alla Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta perché diventasse sede del Museo archeologico dei Campi Flegrei.
Monte di Procida - Bacoli

A Monte di Procida sono note testimonianze relative già al neolitico medio-superiore (località Bellavista/Torre Fumo). Da un passo di Dionigi di Alicarnasso (VI secolo a.C.) si capisce che l'attuale Monte di Procida era un villaggio della città di Cuma, per questo per secoli venne chiamato Monte Cumano.
Dopo la fondazione della colonia di Miseno, Monte di Procida fece parte integrante di questo territorio, tanto da assumere il nome di Monte Miseno. Lo splendore dei Campi Flegrei iniziò ad appannarsi nel V secolo d.C., quando i barbari devastarono il territorio, spingendosi fino a Baia e Miseno. Da Cuma, Pozzuoli e Miseno molti evacuarono verso Napoli, altri rimasero a coltivare e a navigare. Intorno all'anno 850 d.C. Miseno venne distrutta dai saraceni. I cittadini di Miseno, invasa e distrutta, scapparono. Una parte raggiunse l'isola di Procida, altri s'incamminarono fino a una zona pianeggiante dell'entroterra: l'odierna Frattamaggiore.

Cancellata Miseno, il suo territorio fu aggregato all'isola di Procida, lasciando il territorio sulla terraferma in uno stato di completo abbandono. Il monte si era ricoperto di vegetazione selvaggia, una foresta quasi inaccessibile, tanto che nella seconda metà del XV secolo Re Ferdinando I aveva destinato "il Monte" alle cacce reali. Il vero e proprio ripopolamento iniziò a opera dei procidani solo nel XVII secolo, quando il Monte aveva assunto ormai il suffisso "di Procida" a evidenziare la stretta connessione con l'isola.

Con il passare del tempo, i coloni procidani consolidarono la loro presenza sul Monte e intorno alla metà del 1600 venne costruita la prima cappella, che sarebbe poi diventata la chiesa della Madonna Assunta, oggi visitata da tanti fedeli e turisti, anche dagli Stati Uniti, in occasione della festa patronale del 15 agosto.

Si procedette al disboscamento graduale; s'iniziò dapprima a seminare il grano, poi si cominciarono a coltivare le viti per produrre il noto vino montese. Il potenziamento dell'allevamento degli animali da cortile, in particolare dei conigli nei caratteristici fossi, e la sistemazione a terrazza dei terreni diedero un grande impulso al decollo di Monte di Procida. Il commercio di questi prodotti diede vita alla tradizionale marineria montese, che ebbe la sua massima espansione nel '900.

L'attuale comune di Monte di Procida nacque amministrativamente il 27 gennaio 1907, quando un referendum sancì la separazione della parte di terraferma e del vicino isolotto di San Martino dal resto del Comune di Procida. Fondamentale per l'acquisizione dell'autonomia amministrativa dal comune di Procida fu il contributo di Ludovico Quandel che, dopo la caduta di Gaeta e l'abbandono della carriera militare, scelse Monte di Procida per ritirarsi a vita privata.

Negli anni 1870 e 1880 avvenne un'importante emigrazione verso gli Stati Uniti, dove la maggior parte dei montesi che si è stabilita ha avviato importanti e riconosciute attività di lavoro. Alcuni imprenditori del settore della ristorazione sono tornati a Monte di Procida, importando il concetto di fast food, ma adattandolo ai gusti e alla cucina tipica flegrea. È così che nel 1984 il panino chiamato cheese-steak a Monte di Procida diventò "la Cistecca", rielaborandone il gusto e il nome.

Altra particolarità gastronomica è il Casatiello, versione dolce di quello napoletano, preparato con un lungo rituale e una laboriosissima ricetta nel periodo pasquale, nel quale il casatiello diventa un gradito dono. Il Casatiello è ora apprezzato tutto l'anno; è tutelato da un disciplinare e da un regolamento Comunale De.Co. (vedi legge statale sulle Denominazioni). Il tradizionale e lungo procedimento, che impegna tutta la famiglia nella preparazione del Casatiello, nel 2022 è stato riconosciuto come Patrimonio Culturale Immateriale dalla Regione Campania. Da ricordare,nel 1949, la nascita di Pino Scotto a Monte di Procida.
Parco nazionale del Vesuvio

IL Parco nazionale del Vesuvio è un parco nazionale istituito il 5 giugno 1995 per il grande interesse geologico, biologico e storico che il suo territorio rappresenta. Il parco si sviluppa attorno al complesso vulcanico Somma-Vesuvio e la sede è situata nel comune di Ottaviano, nella città metropolitana di Napoli. Il Parco Nazionale del Vesuvio nasce ufficialmente il 5 giugno 1995 per conservare le specie animali e vegetali, le associazioni vegetali e forestali, le singolarità geologiche, le formazioni paleontologiche, le comunità biologiche, i biotopi, i valori scenici e panoramici, i processi naturali, gli equilibri idraulici e idrogeologici e gli equilibri ecologici del territorio vesuviano. famiglia nella preparazione del Casatiello, nel 2022 è stato riconosciuto come Patrimonio Culturale Immateriale dalla Regione Campania. Da ricordare,nel 1949, la nascita di Pino Scotto a Monte di Procida.

La nascita del complesso vulcanico Somma-Vesuvio si fa risalire ad oltre 400.000 anni fa (datazione effettuata sui più antichi depositi vulcanici sottomarini raccolti con perforazioni profonde), benché le informazioni più certe riguardino solamente gli ultimi 25.000 anni. La storia vulcanica viene solitamente suddivisa in tre periodi principali.
Dalle origini all’eruzione del 79 d.C., periodo in cui si formò l’antico vulcano, il Monte Somma, che successivamente fu demolito da una serie di eruzioni esplosive molto antiche (tra 17.000 e 4.000 anni fa).
Dal 79 d.C. al 1631. Nel 79 d.C. l’eruzione violentissima che seppellì sotto alcuni metri di ceneri bollenti e colate di fango le città di Pompei, Oplonti, Ercolano e Stabia, e che fu seguita da diverse eruzioni nei secoli a venire.
Dal 1631 ad oggi. Nel 1631 un’altra violenta eruzione aprì una nuova fase di attività persistente del vulcano, caratterizzata da numerose eruzioni, molte delle quali di tipo prevalentemente effusivo. Nel 1944 l’ultima eruzione, che fece entrare il Vesuvio nell’attuale fase di “riposo attivo”.

Il Vesuvio, unico vulcano attivo dell’Europa continentale, fa parte di una vasta area vulcanica che si è originata circa 2 milioni di anni fa, durante le fasi tettoniche connesse all’apertura del bacino tirrenico e all’assestamento della catena appenninica; l’attuale forma del vulcano è il risultato del continuo susseguirsi, negli ultimi 25.000 anni, di eruzioni esplosive ed effusive.
Questi eventi hanno in parte demolito il vulcano più antico, il Monte Somma, all’interno del quale si è originato il Gran Cono del Vesuvio: l’insieme dei due edifici vulcanici prende il nome di complesso vulcanico Somma - Vesuvio.
Il Vesuvio ha una tipica forma tronco-conica il cui punto più alto raggiunge i 1.277 m s.l.m.. Il cratere ha attualmente un diametro di 450 m ed una profondità di 300 m. Alla base del cratere e all’interno della caldera del Somma si trovano diverse bocche eruttive, dalle quali sono fuoriuscite molte delle colate laviche di epoca storica, a partire dal tra il 1631 fino all’ultima eruzione del 1944.
Attualmente sul Gran Cono del Vesuvio sono presenti piccole fumarole, segno del suo stato di “riposo attivo” quiescenza.
Drone Team
Caricamento...
0/0
PASSIONE per il Drone
Contatti | AIRRC

Contatti

Hai una domanda sui droni o vuoi entrare in contatto con altri appassionati a Napoli? Scrivici.

© 2020 AirRC - Progetto No-Profit passione per il volo dei droni.
Torna ai contenuti
Icona dell'applicazione
Installa questa applicazione sulla tua schermata principale per un'esperienza migliore
Tocca Pulsante di installazione su iOS poi "Aggiungi alla tua schermata"